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Finalmente l’acqua giunge a Foggia

Un altro racconto a cura di Ettore Braglia

Giuseppe Ungaretti, si sa, fu viaggiatore infaticabile.

Nei suoi innumerevoli spostamenti riuscì a cogliere sempre con folgoranti intuizioni le caratteristiche di un luogo, lo spirito di un popolo, il nutrimento molteplice di un’altra cultura.

Tra il febbraio e il settembre del 1934 Ungaretti, ormai poeta di fama internazionale, visitò per conto del quotidiano La Gazzetta del Popolo di Torino la Puglia.

Avvenne così che quel reportage affidato alle colonne del giornale torinese si articolò in sette puntate, distese soprattutto tra terre daunie e terre lucane seguite secondo il percorso del mirabile Acquedotto Pugliese fino a Caposele.

Proprio qualche anno prima, infatti, Foggia e la sua provincia avevano finalmente conosciuto il prezioso liquido pompato da possenti marchingegni lungo centinaia e centinaia di chilometri di condotte. Ungaretti, evidentemente, fu colpito da questa svolta storica dei luoghi e vi venne a testimoniare la sua meraviglia, tanto più intensa perché nel Tavoliere foggiano ritrovava l’antico deserto africano e il sole abbagliante della sua infanzia e giovinezza.

Il contrasto tra acqua miracolosamente sgorgata e aridità di deserto la si avverte nell’articolo intitolato Foggia ,Fontane e Chiese (poi col titolo Il Tavoliere) quando scrive: “Non saprei dirvi dove potreste trovare una cosa più sorprendente e commovente, e augurale, delle tante fontane che s’incontrano oggi fra le palme, arrivando a Foggia.

Foggia e le sue fontane! Non è quasi come dire un Sahara diventato Tivoli?

Voglio dire che anche qui ha regno il sole autentico, il sole belva.

Si sente dal polverone, fatti appena due passi fuori.

Penso con nostalgia che dev’essere uno spettacolo inaudito qui vederlo d’estate, quand’è la sua ora, e va, nel colmo della forza, tramutando il sasso nel guizzare di lacerti.

Non c’è un rigagnolo, non c’è un albero.

La pianura s’apre come un mare.

Vorrei qui vederlo nel suo sfogo immenso, ondeggiare coll’alito tormentoso del favonio sopra il grano impazzito”.

A cura di Ettore Braglia

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