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“Quando ho scoperto che Don Gianni abusava di mio figlio”

I genitori di uno dei ragazzi abusati dall'ex sacerdote Gianni Trotta, accusato di nove casi di molestia, hanno raccontato a Repubblica il loro calvario e la rabbia verso la Chiesa, che sapeva e non ha denunciato. Ora vorrebbero parlare a Papa Francesco

Tratto da Vanityfair.it

È entrato in contatto con Gianni Trotta, don Gianni Trotta («perché nessuno sapeva in paese che non fosse più un prete») «al campetto di calcio. Mio figlio è malato di pallone. Poco dopo gli propose di fare doposcuola da lui e io non ebbi niente da ridire: che male poteva fargli don Gianni? E invece… Noi non potevamo immaginare, ma la Chiesa sapeva tutto: perché non l’hanno denunciato? Perché gli hanno permesso di condannare a vita i nostri bambini?».

I genitori di un ragazzo, Marco (è un nome di fantasia) abusato da Gianni Trotta, l’ex prete foggiano accusato dalla procura di una dozzina di abusi sui minori, hanno raccontato a Repubblica il loro calvario: la scoperta della sofferenza del figlio, la denuncia, la rabbia per il silenzio della Chiesa (e di tutti quelli che sapevano e non li hanno avvertiti).

Ieri c’è stata l’udienza del nuovo processo: l’uomo è accusato di altri nove casi, e solo una famiglia si è costituita parte civile. «Questo mi dispiace: non serve avere coraggio per denunciare chi ha rovinato la vita di tuo figlio. È la natura che ce lo chiede», dicono i genitori di Marco.

L’uomo ha potuto entrare in contatto con i bambini e molestarli quando allenava una squadra di calcio. La Chiesa lo aveva già cacciato per pedofilia, ma la Curia non l’aveva denunciato, e così ha potuto continuare a frequentare i ragazzini.

«Io frequento poco la parrocchia, ma il nostro è un paese da 2500 abitanti. Lui seguiva i bambini al catechismo. Soltanto i maschietti, però». La notizia dell’allontanamento dell’ex sacerdote non era trapelata. «Ricordo che trovò una scusa per non celebrare il matrimonio di una sua cugina, ma tutti in paese, dove vivevano i suoi genitori anziani, erano convinti che fosse in attesa di una destinazione in Africa».

Avrebbero potuto fermarlo, non l’hanno fatto. «Mi dispiace molto che oggi soltanto una famiglia abbia avuto il coraggio di metterci la faccia. Io appena ho capito, ho fatto di tutto. Mi hanno addirittura detto che lo facevo per soldi. Che poi, quali soldi, quello è un poveraccio, abbiamo pagato anche le spese legali. Ma è giusto così, non potevamo fare altrimenti.

Qual era l’alternativa, il silenzio? Come avrei fatto a guardarmi allo specchio, la mattina? Io non ho avuto paura perché sono madre, semplicemente madre, e dovevo difendere mio figlio in tutte le maniere. E l’ho fatto nel processo, visto che prima purtroppo non abbiamo capito nulla di quello che stava succedendo. Siamo gente che lavora la terra, siamo semplici, ma conosciamo bene alcune regole: se la mela è marcia, va tolta».

Oggi Marco cerca di superare quello che ha subito. «Va a scuola, è seguito da alcuni psicologi, le cicatrici immagino rimarranno, ma per fortuna ci sono i suoi sogni, le sue passioni, e quel pallone che non abbandona mai. Alle volte si sveglia e mi chiede: “Mamma, ma è vero che non torna più? Non è che don Gianni esce dalla galera?”. Di questo per lo meno sono sicura: può stare tranquillo, per un bel po’ di tempo don Gianni rimane lì».

La mamma di Marco ora vorrebbe incontrare Papa Francesco, che le piace, «sta facendo piazza pulita». Perché vorrebbe chiedergli una cosa: «Deve imporre l’obbligo di denuncia».

Fonte: Vanityfair.it

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1 Commenti

  1. Flaccido
    10 febbraio 2017 a 21:11 —

    Sta facendo piazza pulita… finito il processo sono pronti a rimettere il figlio in mano ai preti… non ne usciranno mai

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