Cerignola tra paura e riscatto: il Procuratore Rossi chiama la città alla responsabilità

Dopo l'ennesima esplosione in Corso Aldo Moro, piazza Matteotti diventa luogo di confronto. L'appello del vescovo e del capo della DDA: basta assuefazione

La notte porta ancora un’esplosione. Poi il silenzio rotto dalle sirene e dai vetri a terra. Alle 4 di martedì 2 settembre è toccato allo sportello Credem di Corso Aldo Moro: doppia carica con la tecnica della marmotta, tentativo di scasso andato a vuoto, filiale danneggiata e nessun bottino. Ma l’effetto è quello di sempre: paura, rabbia, sensazione di assedio.

Non è un caso isolato. È, secondo le cronache locali, il ventinovesimo colpo tra riusciti e tentati che colpisce gli Atm del Foggiano dall’inizio dell’anno. E l’Amministrazione non usa più toni di circostanza. «Ennesimo sfregio ad un intero territorio», dicono il sindaco Francesco Bonito e l’assessora alla Sicurezza Teresa Cicolella. 

Poche ore dopo quell’ultimo boato, la stessa città ha provato a guardarsi allo specchio in un altro modo. In piazza Matteotti, all’interno del programma di eventi promosso per la festa patronale, la Deputazione Feste Patronali e Architetture Culturali con Roberto De Candia hanno stimolato un confronto diverso dal solito: non la cronaca del singolo episodio criminoso, ma le radici del fenomeno. Ospite Roberto Rossi, procuratore di Bari e alla guida della Direzione Distrettuale Antimafia.

A introdurlo, le parole del vescovo Fabio Ciollaro. Niente retorica, ma un monito che torna dal suo messaggio di Pasqua: in Capitanata non ci si può abituare a ciò che accade fuori e a ciò che si muove sotto traccia. Cerignola finisce sui giornali nazionali per un portavalori bloccato vicino Modena, per un’inchiesta di Trani sulle auto cannibalizzate, e ogni volta – ha detto – «è avvilito il nome di Cerignola». Ma avvilire un nome non significa condannare una comunità intera. Il vescovo ha chiesto di tenere insieme rigore e garanzie, senza giustizialismo e senza rassegnazione.

La domanda che tutti avevano in testa l’ha messa sul tavolo proprio Rossi: che si fa quando la paura entra in casa, quando si teme per i figli?

La risposta del procuratore non è stata tecnica. È stata piuttosto politica, nel senso più alto.

Primo: riconoscere che il tema non è l’ordine pubblico spicciolo, ma la criminalità organizzata. E che lo Stato, per anni, in questo pezzo di Puglia non c’è stato. Oggi la DDA di Bari è passata da un magistrato dedicato al Foggiano a cinque. È un segnale, non ancora una soluzione.

Secondo: guardare oltre il botto. «Non è il bancomat», ha detto Rossi. Il punto è cosa succede dopo: dove vanno i soldi, chi li lava, chi li reinveste. E qui il procuratore ha usato parole volutamente ruvide: gli imprenditori collusi, ha detto, non sono fantasmi. «Tutti sanno chi sono, si incontrano in piazza». E se si sa, non si può tollerare, non si può far finta di niente.

Terzo: spezzare due catene economiche e culturali molto concrete.

Quella delle auto rubate. «La maggior parte passa da qui», ha spiegato. Ogni pezzo di ricambio usato comprato senza chiedersi da dove viene tiene in piedi un mercato criminale.

Quella del mito. Il boss ricco, potente, rispettato, «più figo». Un modello tossico che rischia di attecchire tra i ragazzi se non si smonta prima, a scuola, raccontando cosa c’è davvero dietro: la galera, la morte violenta, non le ville e gli orologi.

Rossi ha chiuso con un’immagine presa dalla festa stessa, quella della Madonna di Ripalta Odigitria, colei che indica la strada. Non un invito alla devozione, ma alla direzione: la legalità non è solo affare di divise e tribunali, è una scelta quotidiana della comunità.

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