Cultura e territorio

Il Mistero dei Grifoni di Ascoli Satriano

I famosi “Grifoni di Ascoli Satriano”, in Puglia, fanno parte della collezione di reperti dei meravigliosi marmi policromi della realtà museale ascolana.

(Crediti foto: Noemi Di Leva)

Gelosamente custoditi a partire dal 2010 all’interno del Museo Civico-Diocesano, Polo Museale cittadino, i Grifoni hanno affascinato e regalato piacevole stupore a critici d’arte italiani del calibro di Alberto Angela e Vittorio Sgarbi, restituendo notevole prestigio alla città di Ascoli Satriano, sottilineandone l’elevato ruolo ricoperto sin dall’antichità.

La misteriosa storia legata al ritrovamento di questi lussuosi marmi, di cui i Grifoni costituiscono soltanto l’esempio emblematico, è stata considerata una delle storie al mondo in assoluto più affascinanti ed avvincenti dell’archeologia.

I frammenti marmorei, che in origine erano 150, facevano tutti parte della stessa tomba scoperta ad Ascoli Satriano, della quale faceva parte anche il preziosissimo Trapezophoros (più comunemente noto sotto il nome di “Grifoni”), che venne scoperto e scavato di frodo nel 1976-77, assieme ad altri 22 pezzi.

Solo successivamente, a seguito delle dovute verifiche del caso, la comunità scientifica lo avrebbe classificato come «oggetto unico al mondo».

L’intero gruppo marmoreo, rinvenuto proprio nel territorio di Ascoli Satriano, nel cuore della Daunia, infatti, non fu altro che il fortunatissimo e magnifico bottino di uno scavo clandestino, condotto da parte di un gruppo di tombaroli della provincia di Foggia, che comprendeva 23 marmi tutti dipinti e provenienti da una medesima tomba risalente al IV sec. a. C.

Le motivazioni storiche e culturali che giustificano la presenza di un tale sfarzo all’interno delle tombe principesche daune, costituiscono solo una parte dell’intero ed intricato mistero che avvolgerebbe questi pregevoli marmi.

Con ogni probabilità, esse risiedono nella necessità, espressa da parte della popolazione pacifica dei Dauni, di ricorrere a lussi sfrenati e ricchezze, conseguite ed accumulate per mezzo del commercio del grano, per esorcizzare la paura della morte e la sua ineluttabilità, rendendo in questo modo e in un’ottica tradizionalmente accettata, meno traumatico e più facilitato l’accesso all’aldilà.

Il “Trapezophoros”, ovvero il sostegno per mensa raffigurante due grifi alati, con testa di drago e corpo da leone, impegnati a dilaniare un cerbiatto, venne acquistato assieme ad altri due pregiati esemplari in marmo, da parte del “Paul Getty Museum” di Los Angeles presso mercanti d’arte, nonostante le conseguenze che sarebbero scaturite dall’acquisto illegale di antichità.

I tre pezzi marmorei furono restituiti all’Italia soltanto nel 2007 (1 Agosto), a seguito di uno dei processi più noti riguardanti i furti d’arte in archeologia, ovvero quello che vide come imputata Marion True, l’allora curatrice del medesimo Museo della California.

Ma facciamo un passo indietro addentrandoci all’interno della storia delle indagini che hanno riguardato i Grifoni da molto vicino e che hanno portato ad un loro ulteriore recupero, nuova collocazione e soprattutto ad accertarne la provenienza.

Il primo a dare l’allarme era stato lo stesso museo americano: una revisione aveva fatto scoprire nei suoi magazzini i frammenti.

Savino Berardi, tombarolo di Stornarella, boss del territorio foggiano in quanto a trafugazione illecita di reperti, dati i suoi precedenti per detenzione illecita di beni archeologici, fu il primo indiziato per lo scavo illegale dell’antica tomba dauna, da cui con ogni probabilità sarebbe dovuto provenire anche il “Trapezophoros” in marmo, ovvero i preziosissimi Grifoni.

Così due investigatori del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale andarono a fargli visita per fargli alcune domande in proposito dei saccheggi compiuti dallo stesso Berardi, assieme al gruppo di colleghi tombaroli della zona, che lo aiutarono nella depredazione della tomba.

I detective gli mostrarono le polaroid ritrovate all’interno del cavò svizzero che immortalavano dei reperti ancora sporchi di terra e di dubbia provenienza. Dopo averle visionate, Berardi confermò che con assoluta certezza doveva trattarsi degli stessi reperti scoperti da lui e dalla sua banda in una notte a cavallo tra il 1976 e il 1977.

Lo scavo di quella notte è solo l’inizio dell’intera ed intricata vicenda legata al lungo viaggio e traffico illecito dei Grifoni di Ascoli Satriano.

Berardi, rilasciò le sue utilissime dichiarazioni pochi mesi prima della sua morte, avvenuta nel 2002, le quali fecero tempestivamente scattare le indagini dei Carabinieri.

Savino, sapeva che non gli restava molto da vivere, così in fin di vita decise di confessare tutto ai Carabinieri ed esortò il Maresciallo del comando a riportare in Italia proprio il Trapezophoros, scultura dalla “brutale bellezza”, testimoniando che l’opera fosse in assoluto la più bella che lui stesso avesse mai visto.

(Crediti foto: Noemi Di Leva)

Berardi, pentito che quell’opera meravigliosa si trovi all’estero, decide di collaborare per aiutare la Giustizia affinché si riesca nel doveroso tentativo di riportare in Italia quell’incredibile reperto, la cui straordinarietà rimase inevitabilmente indelebile nella memoria del tombarolo.

Nonostante siano passati moltissimi anni e la zona sia ormai completamente trasformata, Savino condusse i due Carabinieri sul luogo dove fu effettuato lo scavo clandestino e contando i passi a partire da una rete di recinsione, individua il punto esatto in cui trovò e rubò i preziosissimi Grifoni.

Il pezzo marmoreo con grifi oltre ad essere stato illegalmente trafugato, venne anche gravemente deturpato: esso fu infatti letteralmente preso a martellate e rotto sul momento in tre parti dagli stessi “predatori di tombe”, per poterne consentire il trasporto all’interno del porta bagagli di una comune autovettura.

Saranno poi proprio queste fratture provocate intenzionalmente dai tombaroli ad avere un ruolo determinante all’interno delle indagini, nell’ambito della risoluzione del caso.

Le fratture, infatti, rappresentavano per gli investigatori e per gli archeologi un chiaro segno identificativo del reperto, che ne testimoniava l’originalità e che, dunque, permise loro di riuscire a risalire all’esatta località di provenienza dell’opera d’arte.

Dato che i frammenti dell’opera esposti al museo di Los Angeles presentavano la medesima linea di frattura e la stessa disposizione dei restauri dei frammenti immortalati nelle polaroid, fu ormai chiaro ai Carabinieri che doveva trattarsi dello stesso reperto che Berardi testimoniò di aver trafugato.

Si arrivò così dunque a concludere che il “Trapezophoros” esposto al “Paul Getty Museum di Los Angeles” fosse stato effettivamente trovato da Savino Berardi assieme alla sua manovalanza criminale.

Berardi, inoltre, testimoniò ai Carabinieri di aver venduto in blocco tutti i reperti da lui detenuti ad un personaggio misterioso, che si presentò a casa sua nelle vesti di un’antiquario romano, avvertito da qualcuno che evidentemente sapeva del rinvenimento di quella notte. L’affare si consumò non molto tempo dopo il rinvenimento della meravigliosa scultura in marmo.

Iniziò così il lungo viaggio di opere straordinarie che da Ascoli Satriano vennero immesse nel mercato illecito internazionale.

Opere provenienti da un passato da noi molto lontano e rimaste per secoli sottoterra, rubate nottetempo, vendute per pochi soldi e destinate a diventare un business da milioni di dollari.

Savino però tenne per sé alcuni frammenti e alcuni vasi in marmo, che in questa storia avrebbero ricoperto un ruolo determinante.

Durante le sue dichiarazioni, il tombarolo, confessò infatti che il Traphezophoros non era l’unico pezzo in marmo da lui trafugato, così chiede ai Carabinieri che fine abbiano fatto gli altri preziosissimi oggetti in marmo.

Si tratta di oggetti da mensa di rara bellezza, destinati come corredo funebre alla tomba di un personaggio di alto rango.

Contrariamente ai comuni rinvenimenti di elementi in ceramica o bronzo effettuati all’interno delle tombe daune, è alquanto insolito rinvenire invece degli oggetti in marmo.

Si tratta per lo più di vasi, o meglio pseudo-vasi, perchè a parte un unico reale contenitore dipinto, tutti gli altri non sono vasi veri, ma solo delle imitazioni, infatti il marmo al loro interno è pieno, non possono pertanto contenere alcunché.

Grazie alle indagini si è riusciti a rintracciare il gruppo di marmi testimoniati da Berardi e si scoprì che giacevano ormai da ventiquattro anni nei magazzini del Museo Civico di Foggia, appunto qui dimenticati e precedentemente sequestrati dalla Guardia di Finanza di Foggia nel lontano 1978, poco dopo che fu eseguito lo scavo clandestino.

I reperti, in totale 7 vasi pieni e 2 mensole marmoree, da Foggia furono così trasferiti a Roma per il restauro definitivo.

Mancavano, dunque, solamente pochi reperti all’appello, tra cui il magnifico Trapezophoros dalla “brutale bellezza”, che si trovava intanto già da anni esposto presso il J. Paul Getty Museum di Malibù, uno dei musei più importanti del mondo, nonché cliente finale del traffico illecito di questi reperti.

Proprio il Museo, infatti, lo aveva a sua volta precedentemente acquistato da trafficanti d’arte per cinque milioni e mezzo di dollari ($5.500.000) ed entrò in possesso anche della Statua di Apollo con grifo pagata due milioni e mezzo di dollari ($2.500.000) e del Podanipter, quest’ultimo acquistato al prezzo di duemila e duecento milioni di dollari ($2.200.000).

Una volta ritrovati i reperti, che vennero sequestrati a Berardi al momento del suo arresto, si ebbe finalmente la prova comprovata che quegli stessi reperti appartenessero alla stessa tomba da cui provenivano anche i Grifoni (Trapezophoros).

Le indagini, infatti, permisero di ricollegare fra loro tutti i reperti e di ipotizzarne un’unica provenienza dal contesto funerario daunio di Ascoli Satriano.

Il Museo della California, accusato di possedere opere su cui tuttavia non deteneva alcun titolo, fu processato negli Stati Uniti secondo le leggi in vigore in America e fu, infine, obbligato alla definitiva restituzione delle opere in marmo al loro territorio d’origine.

Fu, dunque, soltanto a questo punto che, grazie alla preziosa testimonianza di Savino Berardi e grazie alle prove raccolte dagli investigatori, fu possibile rivendicare finalmente i Grifoni ed ottenere il loro definitivo rientro in Italia.

Il Mistero, dunque, legato alla trafugazione, traffico illecito, ritrovamento, corrispondenza con le immagini ed identificazione geografica, dei Grifoni di Ascoli Satriano, fu risolto grazie alla lunghissima serie di indagini, meticolosamente condotte da parte degli investigatori del “Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale”, che in collaborazione con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali (MiBAC) sono riusciti nella mirabolante impresa di recupero e rientro in Italia di oggetti di inestimabile valore economico, storico, archeologico e turistico.

Fonte principale: Documentario Rai Storia “Il Segreto di Marmo” (puntata Luglio 2019, canale 54 del digitale terrestre). Altre fonti: www.comune.ascolisatriano.fg.it

Noemi Di Leva

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