Agostino Laquaglia

Crollo di viale Giotto: quell’eroe che porta il nome di Agostino Laquaglia

Ogni anno, in questo esatto giorno, il pensiero di ogni singolo foggiano va ...

Foggia Reporter

Ogni anno, in questo esatto giorno, il pensiero di ogni singolo foggiano va alla tragedia che colpì la città nel 1999: stiamo parlando del crollo del palazzo di viale Giotto.

Nella notte fra il 10 e l’11 novembre 1999, una palazzina in viale Giotto, a Foggia, crollava, uccidendo 67 persone. Bastarono solo diciannove secondi ad abbattere l’edificio, a cancellare sogni, desideri, destini.

Nelle ore che seguirono, i vigili del fuoco, i volontari e le forze dell’ordine, scavarono senza sosta, nella speranza di poter estrarre qualcuno vivo fra le macerie.

Quella tragedia è commemorata dal “Giardino della memoria” e dal monumento del maestro Silvano Pellegrini, inaugurato anni fa. Tuttavia, anche in questo anniversario, vogliamo spendere un pensiero per quanti, quel giorno persero la vita, e per i loro cari

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Oggi non vogliamo ricordare solo le vittime, ma anche le tantissime persone che, in quei concitati momenti, si impegnarono per cercare di strappare qualche vita alla morte. Tra i tanti attori di quel giorno, abbiamo deciso di ricordare Agostino Laquaglia

Agostino Laquaglia: il superstite che scavò per due giorni

La storia di Agostino è decisamente singolare. Dipendente Amica, perse l’intera famiglia proprio nel crollo di un palazzo, palazzo Angeloni. Sì, perchè il 10 febbraio del ‘ 58 lui aveva quattordici anni e giocava nell’ atrio in via Dell’ Aquila, sempre a Foggia. Un palazzo si sbriciolò, proprio come questo. In quel palazzo c’erano sua madre Maria e i suoi tre fratelli, di 7, 11 e 16 anni. Morirono tutti, in vita rimase solo il piccolo Agostino.

Il destino volle che proprio quel superstite, fosse l’addetto alla pala meccanica incaricato di ritrovare qualche anima sotto quelle maledette macerie. Agostino lavorò per 48 ore consecutive, senza soste, decidendo di non nutrirsi. Ogni minuto, infatti, poteva valere vita o morte ed Agostino lo sapeva bene.

Nel 2011 Agostino morì e il comune di Foggia gli intitolò una via, in zona Macchia Gialla.

Negli archivi de ‘La Repubblica’ è possibile trovare un vecchio articolo, di quel giorno, che spiega bene il gesto eroico di Agostino e che noi riportiamo di seguito integralmente.

“E’ diventato il simbolo della speranza che non muore, della voglia di non arrendersi al “mostro” che ha ingoiato decine di persone. Lui si chiama Agostino Laquaglia, ha 55 anni, non è ancora sceso dall’ escavatrice e continua a lavorare ininterrottamente da due giorni nella polvere, giorno e notte. Lui come Lucia che fa la crocerossina e ha gli occhi rossi anche di pianto, come Luca che è uno studente universitario ma è venuto qui a trasportare pietre, come Fabrizio che si è appena laureato in medicina e ha detto d’ essere disponibile a scendere sotto le macerie. E poi ci sono Francesca, Paola, Michele, ci sono i volontari di Foggia, Bari e Alessandria, i soldati di leva della brigata “Pinerolo”, i vigili del fuoco, i poliziotti e i carabinieri, le crocerossine, i finanzieri, i vigili urbani, anche la polizia penitenziaria e poi la gente che si mette a piangere quando dalle macerie viene raccolta la fotografia di Palmina e Raffaele, novelli sposi uniti realmente dalla vita e dalla morte.

Agostino Laquaglia è il simbolo della vita che resiste perchè lui queste lacrime le ha già versate, ha già provato in prima persona che cosa significhi stare dall’ altra parte della strada e attendere che dalla polvere si levi una piccola voce, un urlo e che il cane che si chiama “Spes”, come la speranza, scodinzoli a uno spicchio di vita trovato tra i muri divenuti polvere. Polvere, tanta polvere quella che solleva e ingoia Agostino che indossa una tuta da lavoro azzurra, un cappello blu di lana sopra i capelli castani che adesso sembrano bianchi. Le sue mani sono lacerate. La sua ruspa è impegnata dall’ inizio dell’ emergenza, quasi 48 ore di lavoro ininterrotto e lui non scende e non scenderà da quel mezzo per nessuna ragione al mondo perchè questa tragedia è anche la sua tragedia. Sì, perchè il 20 febbraio del ‘ 58 lui aveva quattordici anni e giocava nell’ atrio in via Dell’ Aquila, sempre a Foggia. Un palazzo si sbriciolò, proprio come questo. In quel palazzo c’ erano sua madre Maria e i suoi tre fratelli, di 7, 11 e 16 anni. Tutti morti. Abitavano in un vecchio edificio, addirittura d’ origine medievale, danneggiato dalle bombe della seconda guerra mondiale. Il padre di Agostino era già morto. E lui si ritrovò solo, davvero solo al mondo. Fu mandato in un istituto di suore a Roma “e la mia vita – dice mentre le lacrime solcano le rughe bianche di calce – da quel momento cambiò. Ho perso mia madre, i miei fratelli e non avrei mai più voluto vedere scene di questo genere”.

Agostino adesso lavora nell’ azienda di igiene urbana di Foggia. E’ venuto nel cratere di viale Giotto dalle quattro dell’ altra notte. Non ha mai chiesto di essere sostituito, nemmeno per mangiare qualcosa. Anzi, non vuole mangiare. Per lui è importante solo togliere quelle macerie perchè “fermarsi non è proprio possibile, se esce qualcuno vivo? Questa è la mia speranza”, dice mandando un pensiero a casa, la sua casa, dove lo aspettano la moglie e cinque figli, tutti maschi, il più piccolo ha 22 anni e il più grande 37. Tutti ragazzi, come quelli che affollano quella che era una strada e adesso è una piazza. Ci sono Arturo Bruno, Franco Piane e il cane Ares. Fanno parte dell’ Ucis, l’ Unità cinofila italiana di soccorso di Cosenza. Li hanno caricati su un elicottero militare e dopo poche ore erano in viale Giotto. Ares, dicono, ha un fiuto unico per trovare le persone. I cani sono stati preziosi nel recuperare alcuni feriti. Sono stati sistemati nei fuoristrada sul viale adiacente la zona del crollo.

Piccoli grandi eroi di una macchina, quella dei soccorsi, che è scattata subito e ha funzionato bene: 500 persone a scavare anche a mani nude con la speranza di trovare qualcuno in vita. Tra questi i militari di leva del Genio campale di Foggia che fa parte della brigata meccanizzata “Pinerolo” di Bari. Li comanda il generale Romeo Toni. Sono stati distribuiti 90 militari su tre turni. I soldati hanno lavorato anche di notte. Francesco, “Francesco e basta”, viene da Napoli. “Abbiamo le ossa massacrate – spiega – i polmoni sono pieni di polvere, ma quando vedi i parenti che aspettano una notizia, una voce, una speranza, allora la fatica ti passa…”. E poi ci sono le crocerossine, le prime a confortare i parenti che non trovano più i loro familiari. “Cerchiamo – dice una volontaria – di farli gradualmente abituare a un’ assenza. Ma non è facile, direi che un vuoto incolmabile”.

Tratto da Repubblica – 13 Novembre 1999